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24 giugno 2011
Quel grido soffocato in gola troppe volte
Alla fine arrivò, in ritardo di due ore ma arrivò. «I politici sono persone importanti e occupate, è normale che arrivino un po' in ritardo, a loro è concesso» ti spiegò tuo padre.
Baffetto si affacciò da un palco sopraelevato un paio di metri sulla piazza. Ci saranno state seicento, settecento persone. Voi due eravate al centro, a una trentina di metri da lui. Ti sembrò da subito un tipo un po' troppo piccolo e magrolino per essere «una delle poche speranze che ci restano per conquistare la fetta di potere che ci compete ma che non ci vogliono dare», come ti aveva spiegato papà a suo modo.
Ti aspettavi un uomo alto e forte, magari anche un po' robusto, non certo quel mingherlino. Appena prese la parola capisti che era un uomo colto e con una grande considerazione di sé. «…Perché noi non dobbiamo vergognarci di dichiarare che un tempo, un tempo nemmeno troppo lontano, siamo stati comunisti» e poi ancora «io dico che dobbiamo essere orgogliosi del bagaglio culturale che ci appartiene e che custodiremo sempre gelosamente». Disse questo o qualcos'altro di molto simile. O forse, piuttosto, a te piaceva ricordare che pronunciò all'incirca queste parole. Fatto sta: ti sarebbe bastato molto meno. Così, perentorio come non mai, il pomeriggio successivo ti fiondasti in biblioteca per prendere tutto ciò che potesse istruirti riguardo comunismo, dittatura del proletariato e compagnia bella. Il bibliotecario sbarrò gli occhi.
«Un ragazzino come te non dovrebbe leggere Melville? Al massimo Hawthorne, ma Marx ed Engels? Ragazzo non mi diventerai uno sfasciavetrine a volto coperto?»
Lo richiamasti ai suoi compiti, inchiodandolo con un «ce la fa a far arrivare da Cremona quel libro su Enrico Berlinguer che le ho detto prima, diciamo… per venerdì prossimo?». Da allora, ogni volta che ti presentavi a lui, ad accoglierti c'era un canzonatorio «oh ecco la nostra piccola falce che vuole diventare martello!».
Di lì a diciotto mesi – in qualità di nipote di tuo nonno – avresti tenuto il tuo primo intervento al congresso provinciale del partito citando Antonio Gramsci davanti a due centinaia di delegati più infastiditi che sorpresi dal trovarsi di fronte un «quindicenne che ne ha di michette da mangiare…», come sentisti mormorare dalla prima fila sotto il palco. Poi altri tre discorsetti di poco conto con tanto di leggio e microfono a qualche chilometro da casa, decine di riunioni della Sinistra Giovanile e, nemmeno cinque anni dopo l'incontro con Baffetto e la politica, ecco arrivare l'aprile del 1996.
«Si vince, per la prima volta si va al governo veramente» dicono. E tu corri in strada, ed è tutto uno sventolare di bandiere verdi negli occhi e rosse nel cuore. Nella confusione, a un certo punto, ti ritrovi accanto a un vecchietto con spesse lenti da scrupoloso lavoratore fiero di aver immolato sette decimi di vista tra torni e puliture ai piedi di un altare di nome Partito. Urla, sono lacrime di gioia le sue nel liberare un grido soffocato in gola troppe volte.
Vittoria. La senti «mia, non so perché ma la sento anche mia» confidi a uno che di lì a qualche mese prenderai a chiamare Compay. «…Ce l'abbiamo fatta e ora godiamocela questa notte, la notte più stellata della primavera politica italiana…» scribacchi sul pieghevole celebrativo realizzato dalla sezione del partito della cittadina in cui sei venuto al mondo. E poi… poi lo vedremo come andarono le cose. Sai, a volte si può intuire già in anticipo come andranno certe cose.
(Frammento tratto dal romanzo)
22:56 Scritto da: oednp1 in Sogni e ricordi | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: elezioni, politiche, berlinguer, d'alema, prodi, veltroni, berlusconi, dipietro | OKNOtizie |
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