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20 giugno 2011

L'Italia migliore

benigni,santoro,fiom,costituzione,lavoro,sindacato,brunetta,vauro,dandiniEntra in video tra due ali di folla, si ferma un paio di volte a stringere mani. Poi sale sul palco, corre si butta a terra, si rialza, corre ancora. "L'Italia s'è desta!" urla Roberto Benigni accanto a Michele Santoro, sul palco di Villa Angeletti a Bologna, in occasione dalle celebrazioni per i 110 anni della Fiom.

"Quando Michele m'ha chiesto di venire qui, ho detto subito di sì. Tanto in questo periodo, con tutti questi Sì ci sono abituato". E dopo l'omaggio alla Fiom ("il miglior sindacato degli ultimi 110 anni"), l'esortazione: "Amate il vostro lavoro. E' un diritto".

"Siete l'Italia migliore, cari lavoratori, è facile dirlo".

E ha ragione, perché l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. E' l'articolo 1 della nostra straordinaria costituzione. Non dimentichiamolo mai.

03 maggio 2011

Gli Usa non sono in guerra con l'Islam

barack_obama2_osama_bin_laden.jpgIl discorso con il quale il presidente degli Usa ha annunciato l'uccisione di Osama Bin Laden

Tratto dal sito Lastampa.it

Buona sera. Questa notte posso riferire alla gente d’America e al mondo che gli Stati Uniti hanno portato a termine un’operazione in cui è stato ucciso Osama Bin Laden, il leader di Al Qaida, un terrorista che è responsabile dell’omicidio di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti.

Sono passati quasi dieci anni da quel giorno luminoso di settembre oscurato dal peggiore attacco della nostra storia contro americani. Le immagini dell’11 settembre sono scolpite nella nostra memoria nazionale: aerei dirottati comparire all’improvviso in un limpido cielo di settembre; le torri gemelle collassare al suolo; un fumo nero alzarsi dal Pentagono; il disastro del volo 93 in Shanksville, in Pennsylvania, dove le azioni di cittadini eroici hanno consentito di evitare una distruzione e un dolore ancora maggiori.

Tuttavia sappiamo che le immagini peggiori sono quelle che non sono state viste alla luce del sole. La sedia vuota di una famiglia a tavola. I bambini che sono stati costretti a crescere senza la madre o il padre. I genitori che non proveranno mai più l’abbraccio del figlio. Quasi tremila persone strappate da noi, che hanno lasciato un vuoto nei nostri cuori. L’11 settembre 2001 la gente d’America nel momento del lutto si è stretta insieme. Abbiamo offerto una mano ai vicini, il sangue ai feriti. Abbiamo riaffermato i legami che ci uniscono l’uno all’altro e il nostro amore per la comunità e il Paese. Quel giorno, non importa da dove venissimo nè quale Dio pregassimo o di quale razza fossimo, noi eravamo uniti come una sola famiglia di americani.

Eravamo uniti anche nella determinazione di proteggere la nostra Nazione e di di rendere alla giustizia coloro che avevano commesso questo attacco spregevole. Venimmo rapidamente a conoscenza che gli attacchi dell’11 settembre erano stati portati da Al Qaida, un’organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden, che aveva apertamente dichiarato guerra agli stati Uniti e che era determinata ad uccidere innocenti nel nostro paese e nel mondo. Così siamo andati in guerra contro Al Qaida per proteggere i nostri cittadini, i nostri amici, i nostri alleati.

Negli ultimi dieci anni grazie al lavoro eroico delle nostre Forze Armate e del nostro antiterrorismo, abbiamo ottenuto grandi risultati in questo sforzo. Abbiamo smantellato attacchi terroristici e rafforzato la nostra difesa interna. In Afganistan abbiamo rimosso il governo dei Talebani, che aveva dato a Bin Laden e ad Al Qaida rifugio e sostegno. E nel mondo abbiamo lavorato con i nostri amici e alleati per catturare o uccidere membri di Al Qaida, compresi molti di quelli che presero parte al complotto dell’11 settembre.

Tuttavia Osama Bin Laden era riuscito ad evitare la cattura e a fuggire dall’Afganistan in Pakistan. Nello stesso tempo Al Qaida ha continuato ad operare da quella zona di confine nel mondo attraverso i suoi affiliati.

Per questo poco dopo aver assunto l’incarico ho dato indicazioni a Leon Panetta, il Direttore della CIA, di considerare la cattura o l’uccisione di Bin Laden la priorità della guerra contro Al Qaida, anche se noi continuavamo il nostro più ampio impegno per distruggere, smantellare e sconfiggere la sua rete.

barack_obama_osama_bin_laden.jpgPoi nell’agosto scorso dopo anni di lavoro senza sosta della nostra intelligence mi è stato riferito di un possibile accesso a Bin Laden. Non era certo e ci sono voluti molti mesi per abbattere questa minaccia. Mi sono riunito ripetutamente con la mia squadra di sicurezza nazionale per raccogliere più informazioni sulla possibilità che Bin Laden era stato localizzato in un rifugio nascosto in Pakistan. La scorsa settimana ho deciso che avevamo informazioni di intelligence sufficienti per agire e ho autorizzato l’operazione per prendere Osama bin Laden e assicurarlo alla giustizia.

Oggi, sotto la mia direzione, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione mirata contro quel rifugio ad Abbottabad, in Pakistan. Una piccola squadra di americani ha portato a termine l’operazione con coraggio e capacità straordinarie. nessun americano è rimasto ferito. Hanno fatto attenzione a evitare vittime civili. E dopo un conflitto a fuoco hanno ucciso Bin Laden e hanno preso in custodia il suo corpo.

Per oltre due decenni Bin Laden è stato il leader e il simbolo di Al Qaida e ha continuato a pianificare attacchi contro il nostro paese e alleati. La morte di Bin Laden segna il risultato significativo nell’impegno della nostra nazione di sconfiggere Al Qaida. Tuttavia la sua morte non segna la fine del nostro impegno. Non ci sono dubbi sul fatto che Al Qaida continuerà a perseguire attacchi contro di noi. Noi dobbiamo rimanere vigili in patria e fuori, e lo saremo.

Nel fare questo, dobbiamo anche riaffermare anche che gli Stati Uniti non sono in guerra con l’Islam e non lo saranno mai. Ho sempre detto in modo chiaro, così come ha fatto il Presidente Bush dopo l’11 settembre che la nostra guerra non è contro l’Islam. Bin Laden non era un leader musulmano: era un assassino di massa di musulmani. Al Qaida ha davvero ucciso musulmani in molti paesi incluso il nostro. Per questo la sua sconfitta dovrebbe essere accolta con favore da tutti coloro che credono nella pace e nella dignità umana.

Nel corso degli anni ho ripetutamente chiarito che noi avremmo agito in Pakistan se avessimo saputo dove Bin Laden si trovava. È ciò che abbiamo fatto. Ma è importante precisare che la cooperazione del nostro antiterrorismo con il Pakistan ha contribuito a portarci a Bin Laden e all’edificio in cui si nascondeva. Bin Laden aveva dichiarato guerra contro il Pakistan e contro i pakistani.

Oggi ho chiamato il presidente (del Pakistan) Zardari, e il mio team ha a sua volta chiamato le rispettive controparti pakistane. Hanno convenuto che questo è un giorno storico per entrambe le nostre nazioni. E nel guardare avanti, è essenziale che il Pakistan continui ad unirsi a noi nella lotta contro Al Qaida e i suoi affiliati.

Non sono stati gli americani a scegliere questa lotta. È venuta loro con il massacro senza senso sul nostro suolo di nostri cittadini. Dopo dieci anni di servizio, lotta e sacrificio, conosciamo bene i costi della guerra. Questo impegno pesa su di me ogni volta che io, come Comandante in Capo, devo firmare una lettera indirizzata a una famiglia che ha perso un suo caro, ogni volta che devo guardare negli occhi un soldato che è stato gravemente ferito.

Gli americani sono consapevoli dei costi della guerra. Tuttavia come Paese noi non tollereremo mai che la nostra sicurezza sia minacciata, nè ci daremo da parte quando la nostra gente viene uccisa. Noi saremo senza esitazione in difesa dei nostri cittadini e dei nostri amici e alleati. Noi saremo fedeli ai valori che ci hanno resi ciò che siamo. E in notti come questa noi possiamo dire a quelle famiglie che hanno perso i loro cari a causa del terrore di Al qaida: giustizia è stata fatta.

abbottabad_barack_obama_osama_bin_laden.jpgQuesta notte, diciamo grazie alle infinite informazioni di intelligence e agli uomini dell’antiterrorismo che hanno lavorato senza tregua per raggiungere questo risultato. Gli americani non vedono il loro lavoro, nè conoscono i loro nomi. Ma questa notte possono provare la soddisfazione del loro lavoro e il risultato del loro inseguimento della giustizia.

Ringraziamo gli uomini che hanno portato a termine questa operazione, per il loro esempio di professionalità, patriottismo, e per il coraggio di coloro che servono il Paese. Sono parte di una generazione che ha sopportato il fardello più pesante fin da quel giorno di settembre.

Infine, lasciatemi dire alle famiglie che l’11 settembre hanno perso i loro cari, che non abbiamo mai dimenticato la loro perdita, nè esitato nell’impegno di vedere che facciamo tutto ciò che è necessario per prevenire altri attacchi sul nostro suolo. Questa notte, consentiamoci di riandare al senso di unità che prevalse in quell’11 settembre. So che a volte è vacillato. Ma il risultato di oggi è una testimonianza della grandezza di questo Paese e della determinazione della sua gente.

La causa per garantire la sicurezza del nostro Paese non è ancora completata. Ma questa notte ricorda a tutti noi ancora una volta che l’America può raggiungere qualunque obiettivo essa si ponga. Questa è la storia della nostra storia, sia che si tratti del perseguimento di prosperità per la nostra gente, o della lotta per l’eguaglianza dei nostri cittadini, o del nostro impegno a difendere all’estero i nostri valori, o dei sacrifici per rendere il mondo un posto più sicuro.

Lasciatemi ricordare che possiamo fare tutto ciò non per la ricchezza o la forza, ma per ciò che siamo: una Nazione, davanti a Dio, indivisibile, con la libertà e la giustizia sopra ogni cosa.

Grazie. Possa Dio benedire voi. E possa Dio benedire gli Stati Uniti d’America.

Barack Obama

Vai al discorso del Presidente americano sul sito Lastampa.it

15 marzo 2011

Un premio letterario fotografico per raccontare il Piemonte

 

logo_piemontecongusto_HR.jpgPiemonte con gusto. Un premio letterario fotografico per raccontare attraverso parole e immagini il Piemonte. E' quanto si è pensato a Fontaneto d'Agogna (NO) per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Un concorso riservato a racconti in lingua italiana e fotografie, entrambi inediti.

L'iniziativa è organizzata da “Piemonte… con gusto! Biblioteca dei Sapori e delle Tradizioni” di Fontaneto d’Agogna, in collaborazione con il Comune di Fontaneto d’Agogna, la Pro Loco Fontaneto e il Club Amici del Vino, con il patrocinio della Provincia di Novara, dell’ATL di Novara, dell’UNPLI Piemonte, del Parco Culturale Terre di Vino e di Riso, della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e con il sostegno del Comitato di Sant’Alessandro, della Biblioteca Pubblica “Dante Strona” e della Cooperativa Agricola Operaia di Fontaneto d’Agogna.

Tutto il Piemonte è paese. È questo il tema scelto per festeggiare al meglio il ricorrere del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, che vide proprio il Piemonte tra i suoi protagonisti. E data la specificità della biblioteca fontanetese su tale territorio, gli organizzatori hanno pensato di rendere omaggio alla regione invitando a scrivere un racconto che metta in risalto il gusto di fare le cose insieme, piccole o grandi che siano, fosse anche soltanto trascorrere qualche ora in compagnia: “essere paese”, una tradizione ancora oggi tanto radicata nel nordovest italiano, anche nei quartieri e nelle periferie delle grandi città.

Raccontate perciò il vostro Piemonte: momenti di condivisione, stralci di vita, episodi curiosi e divertenti oppure situazioni che fanno riflettere, realmente accaduti o di vostra fantasia. Scattate poi una foto del luogo dove è ambientata la vostra storia: una piazza, una strada, un parco oppure un locale, un circolo, un’abitazione, o magari un luogo caro a cui siete molto legati, insomma ovunque vogliate, purché nello splendido Piemonte.

I racconti dovranno essere lunghi al massimo 10 pagine dattiloscritte (non oltre 18.000 battute), mentre la foto dovrà essere inviata in alta definizione.

Il materiale va spedito entro il 15 luglio 2011 via mail a piemontecongusto@virgilio.it e/o via posta ordinaria a “Premio Piemonte con gusto” c/o Comune di Fontaneto d’Agogna, Piazza della Vittoria - 28010 Fontaneto d’Agogna (NO).

La valutazione dei racconti e delle fotografie sarà curata da una giuria presieduta dal giornalista Gianfranco Quaglia e composta da giornalisti, scrittori, fotografi, rappresentanti di associazioni e istituzioni di diverse zone del Piemonte e degli attori promotori del premio.

La premiazione avverrà sabato 8 ottobre 2011 a Torino, in occasione dell'Assemblea Nazionale delle Pro Loco di tutta Italia. 1° Premio: targa d'argento + weekend per due persone presso una struttura agrituristica delle colline novaresi + fornitura di prodotti tipici.

Sito del premio: http://piemontecongusto.myblog.it/

Per concorrere raccomandiamo di seguire le indicazione contenute nel bando del premio, scaricabile a questo link.

 

 

04 dicembre 2010

L'ultimo atto dei Mille

national_geographic_garibaldi_mille_maddaloni_caserta_bixio.jpgArticolo di Michele Gravino e fotografia di Alberto Novelli tratti da Nationalgeographic.it

Nell’ottobre 1860, Garibaldi sconfisse l’esercito borbonico sul Volturno e consegnò il Sud a Vittorio Emanuele II. Nasceva l’Italia unita: ma oggi non tutti si preparano a festeggiare l’anniversario. Nella foto, il monumento al Ponte delle Valli, nei pressi di Maddaloni, in provincia di Caserta, dove i garibaldini comandati da Nino Bixio (in primo piano) respinsero un attacco borbonico. Sullo sfondo, l’Acquedotto Carolino, che porta l’acqua alla Reggia.

Vai al sito Nationalgeographic.it

13 novembre 2010

Un libro a Milano 2010 – II Edizione

unlibroamilano_salone.jpgUn libro a Milano vi aspetta il 26-27-28 novembre 2010 con un gustoso menu ricco di incontri con autori, approfondimenti tematici, laboratori creativi per i più piccoli.

E in più uno spazio dedicato alla pittura, fotografia, grafica e scultura.
La mescolanza e la ricchezza delle opere sarà fonte di scambi creativi nelle diverse arti nonché ricchezza, fascino e opportunità per tutti i visitatori.  

L'ecologia in tutte le sue sfaccettature è il tema del 2010 con particolare attenzione a quel bene primario che è l'acqua.

Slovacchia Paese Ospite d'Onore 2010.

Visto il successo ottenuto nella prima edizione, il premio letterario di quest’anno  “Un Libro, Un Sogno” è stato ampliato e rivolto agli studenti delle Scuole Primarie e Secondarie di Primo Grado di Milano e Provincia.

Un libro a Milano, Salone della piccola e media Editoria Indipendente, alla seconda edizione, è nato con l'obiettivo di offrire alle piccole e medie case editrici, una grande vetrina nella città meneghina, da sempre luogo di ricchi scambi interculturali; così da realizzare un punto d'incontro tra chi scrive, chi legge e chi opera professionalmente nel settore, per conoscersi, confrontarsi e crescere insieme.

Un libro a Milano propone, accanto all'esposizione libraria di oltre 100 editori indipendenti, un originale programma culturale fitto di incontri, presentazioni e performance, in grado di incuriosire, stimolare e promuovere il gradimento del pubblico, che ci auguriamo affollerà lo spazio espositivo con vivacità, suggerimenti e dibattiti.

La kermesse, realizzata da Zephyro Organizzazione Eventi, il ramo eventi di Zephyro Edizioni, anche per questa seconda edizione si avvale della preziosa collaborazione dell'Associazione Culturale Librialsole, e delle Istituzioni che sostengono il progetto.

Perché visitare Un libro a Milano

- Oltre 100 espositori provenienti da tutta Italia in 2000 mq di spazio espositivo nella
cornice culturalmente più trend di Milano. Superstudio Più in Zona Tortona,
nel quartiere della moda e del design di Milano.
- Ricche proposte culturali
- Le novità editoriali del 2010
- Un’offerta diversificata per soddisfare tutti i gusti di grandi e piccoli lettori
- Originali ed economiche idee per il Natale alle porte
- Incontri con gli autori
- Laboratori per ragazzi
- Happy Hour con gli editori e gli autori
- L’ingresso al Salone è GRATUITO

un_libro_a_milano.jpgVai al sito della manifestazione

19 luglio 2010

La signora incapace di perdonare la Dc

Eleonora_chiavarelli_aldo_moro_dc_brigate_rosse_craxi_cossiga_andreotti.jpgArticolo di Marco Nese tratto da Corriere.it

Addio alla vedova di Aldo Moro. Non perdonò mai la Dc. La signora Eleonora si è spenta a 94 anni

ROMA — La vedova di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, è morta a Roma. Aveva 94 anni. A lei il presidente della Democrazia cristiana indirizzò alcune delle 86 lettere inviate dal carcere delle Brigate rosse. In una scriveva: «Ti abbraccio forte, Noretta mia, morirei felice se avessi il segno della vostra presenza, sono certo che esiste, ma come sarebbe bello vederla». Le Brigate rosse non consegnarono questa lettera che venne ritrovata solo anni dopo che Moro era stato ucciso.

Nessuno conosceva la signora Noretta Moro fino al giorno in cui suo marito venne sequestrato dai terroristi il 16 marzo 1978. Subito dopo l’agguato che provocò l’uccisione degli uomini della scorta, balzò in primo piano questa donna riservata, decisa, che per salvare la vita del marito cominciò a bussare a tutte le porte, senza mai arrendersi. La sua composta fermezza convinse perfino il pontefice Paolo VI a compiere un gesto clamoroso. Dal Vaticano il papa scrisse una lettera toccante «agli uomini delle Brigate rosse». Uno spiraglio di speranza la signora Moro credette di trovarlo nella posizione del leader socialista Bettino Craxi, che voleva rompere il fronte della fermezza e percorrere una via della trattativa. Quando però il 9 maggio del 1978, dopo 55 giorni di prigionia, Aldo Moro fu trovato cadavere in via Caetani, la signora Moro cominciò a rovesciare tutto il suo livore e il suo astio contro quelli che, secondo lei, non avevano permesso al marito di tornare vivo.

Ce l’aveva soprattutto con il segretario della Dc Benigno Zaccagnini, che fu devastato dalla tragedia dell’uomo al quale lui era politicamente legato. «Il mio sangue— aveva scritto Moro ai capi della Dc — ricadrà su di voi». Durante i processi alle Brigate rosse, la signora Moro ha ripercorso varie volte la tragedia di quei giorni raccontando che suo marito aveva a volte percepito minacce e pericoli per la sua vita. In particolare una volta, dopo un incontro con il segretario di Stato americano Henry Kissinger, il presidente della Democrazia cristiana si era sentito male e venne soccorso dal suo medico personale. Ciò fu dovuto, secondo la vedova, al fatto che Kissinger lo aveva minacciato, dicendogli in modo molto rude che gli Stati Uniti non gradivano affatto la sua politica di apertura verso i comunisti. «Provo a ricordare le esatte parole che mio marito mi riferì— disse la signora Eleonora ai giudici —. Disse che Kissinger lo aveva ammonito pesantemente: o lei la smette di corteggiare i comunisti o la pagherà cara».

Questa ricostruzione è stata però sempre smentita dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e da Giulio Andreotti. Cossiga ha spiegato che Kissinger era semplicemente stupito dal modo in cui parlava Moro, molto involuto, e non riusciva a capirlo. Uno dei misteri che ancora avvolgono il caso Moro è stato prospettato proprio dalla vedova, quando ha raccontato che suo marito portava sempre con sé 5 borse, mai ritrovate. Chi le ha prese?

Vai all'articolo su Corriere.it

13 luglio 2010

Campioni del mondo, tre volte

11 luglio 1982. Italia-Germania Ovest 3-1

pertini_mundial_82_spagna_italia_germania_3_1_rossi_tardelli_altobelli_bearzot2.jpgLa vigilia e l'inizio della contesa risultano non poco complicate. Bearzot deve riadattare la squadra in seguito alla indisponibilità di Antognoni e all'infortunio, dopo appena otto minuti di gioco, occorso a Graziani a causa di uno scontro con la rude difesa tedesca. Predominanza italiana nel primo tempo, anche se Cabrini perde l'occasione per passare in vantaggio sbagliando un rigore. La ripresa vede un calo della squadra tedesca, di cui approfitta per primo Rossi su cross di Gentile.

Dopo un tentativo di pareggio di Hrubesch, gli azzurri raddoppiano con un tiro dal limite dell'area di Tardelli, il cui urlo di gioia diviene una icona del Mundial spagnolo e delle successive avventure della nazionale italiana. Altobelli segna la rete del 3-0, seguita dal punto d'onore di Breitner. Altobelli fa poi posto all'88° a Causio, ricompensato con la passerella mondiale per i suoi meriti.

«Palla al centro per Muller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, evviva è finita! Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!» (Nando Martellini)

zoff_pertini_mundial_82_spagna_italia_germania_3_1_rossi_tardelli_altobelli_bearzot2.jpgL'enfasi del telecronista italiano non è casuale, in quanto scandisce proprio per tre volte consecutive la proclamazione del terzo titolo di campione del mondo della nostra Nazionale. Le immagini televisive che giungono da Madrid vedono l'arbitro brasiliano Coelho inseguire il pallone nelle ultimissime fasi di gioco, fino a ghermirlo e sollevarlo con le braccia in alto mentre emette il triplice fischio finale.

pertini_mundial_82_spagna_italia_germania_3_1_rossi_tardelli_altobelli_bearzot.jpgAltre immagini di quel mondiale che rimangono tuttora impresse nella memoria sono, oltre al citato urlo di Tardelli, Zoff che prende la Coppa del Mondo dalle mani del re di Spagna e la alza fiero (Guttuso ne farà poi un quadro), il Presidente della Repubblica Pertini che esulta con incontenibile entusiasmo a ogni rete degli Azzurri, lasciandosi scappare un "non ci ferma più nessuno" dopo il gol del 3-0, e lo stesso Presidente che gioca a scopa in coppia con Zoff contro Causio e Bearzot, durante il viaggio di ritorno in Italia assieme alla Coppa.

La sintesi di quel trionfo

10 luglio 2010

Il tempo delle spie

guerra_fredda_casa_bianca_cremlino_cia_kgb_scambio_spie.jpgArticolo di Federico Rampini tratto da Repubblica.it

In un perfetto flashback della guerra fredda, a mezzogiorno in punto i due aerei delle spie sono comparsi nel cielo di Vienna da Est e da Ovest. Gli americani avevano scelto un charter della Vision Airlines, compagnia di Las Vegas più nota per i sorvoli turistici sul Grand Canyon. Da Mosca, un volo di Stato. All'atterraggio i due apparecchi si sono parcheggiati fianco a fianco e per un'ora Vienna è tornata ad essere la capitale mondiale dello spionaggio, la città di frontiera tra due blocchi, come nel film Il terzo uomo con Orson Welles. Un emissario anonimo è stato visto fare la spola tra i due aerei. Poi lo scambio: dall'aereo della Vision sono scesi i dieci rei confessi di "spionaggio suburbano" catturati dall'Fbi appena tredici giorni fa, al termine di un'inchiesta che ha stupito, appassionato e soprattutto esilarato l'America. Da quello russo: tre professionisti dello spionaggio e un probabile innocente. Controllate le identità, i due aerei sono ripartiti. Si è chiuso così il più grande scambio di prigionieri tra Washington e Mosca dopo la celebre consegna di Anataloy Sharansky nel febbraio 1986, quando ancora l'Europa era divisa dalla cortina di ferro e Mikhail Gorbacev aveva da poco assunto la leadership nell'Unione sovietica.

Ieri alla Casa Bianca e al Cremlino nessuno aveva voglia di giocare davvero al remake. La velocità con cui Barack Obama e Dmitry Medvedev hanno effettuato lo scambio, mostra quanto avessero fretta di dimenticare l'episodio e mettersi alle spalle l'incidente.  Un disturbo, in una fase in cui le due superpotenze sono impegnate a migliorare i rapporti: hanno appena firmato l'accordo Start 2 sulla riduzione delle testate nucleari, il presidente russo è stato in tournée nella Silicon Valley in cerca di opportunità d'investimento, Obama appoggia con entusiasmo l'ingresso di Mosca nel Wto. Per sottolineare che sotto l'attuale Amministrazione Usa la diffidenza si è diradata, i quattro liberati dai russi sono tutti prigionieri di lunga data, eredità di epoche diverse. L'ex maggiore del Kgb Gennadi Vasilenko fu arrestato nel 1998 per avere avuto contatti con la Cia. Un altro ufficiale del Kgb, Alexander Zaporozhsky, anche lui accusato di essere a libro paga degli americani, finì in carcere nel 2001. Sergei Skripal, già colonnello dei servizi segreti russi, nel 2006 venne condannato a 13 anni per spionaggio in favore della Gran Bretagna. L'unico "non-professionista" del quartetto è Igor Sutyagin: 45enne ricercatore in un think tank che si occupa di armamenti nucleari, detenuto da 11 anni in un campo di lavoro, ha sempre protestato la sua innocenza ed è stato difeso da diverse associazioni per i diritti umani.

Il rapporto di cambio 10 a 4 è parso equo. I russi hanno liberato degli spioni con le stellette, mentre gli americani hanno rilasciato un'Armata Brancaleone che dai primi giorni della retata era diventata lo zimbello dei talkshow televisivi. L'accozzaglia degli improbabili spioni russi aveva divertito l'opinione pubblica americana per le tecniche adottate: la scelta di vivere in soporiferi sobborghi di periferia, l'uso dell'inchiostro simpatico, gli appuntamenti segreti e i fascicoli sepolti in giardino, una parodia dei più triti luoghi comuni nei film di spionaggio. Dal ridicolo si era salvata una sola, per scivolare nel porno: la bella Anna Chapman si è conquistata un posto a parte, sui tabloid, per le foto senza veli e le rivelazioni del marito sulle orge sadomaso. Nel processo-lampo che ha preceduto lo scambio di prigionieri, i dieci catturati dall'Fbi non sono stati neppure incriminati per spionaggio. Impossibile, visto che non avevano mai messo le mani su un qualsiasi documento top secret. Al Dipartimento di Giustizia è bastato che si dichiarassero colpevoli di un reato minore ("lavorare al servizio di un governo straniero senza essersi registrati"), la cui pena è stata convertita in deportazione. Hanno dovuto impegnarsi a non mettere più piede negli Stati Uniti. "Ti rimpiangeremo, Anna": i tabloid ieri erano sconsolati. Tanto più che nel patto con il tribunale c'è il divieto di pubblicare le proprie memorie.

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30 giugno 2010

Corso Salani, Pietro Taricone e il peso del ricordo

Articolo di Andrea Scanzi su Lastampa.it

Strano è il paese e brutale la morte. Strano il ricordo e largo il solco di una guerra civile fredda, dove il paese - questo - è diviso al punto da non saper nemmeno piangere all'unisono per la scomparsa di un ragazzo di 35 anni. Ci sono figure distanti, eppure vicine. Sai che ci sono e va bene così. Per quanto diversi tra loro, Corso Salani e Pietro Taricone erano due di queste figure.

corso_salani_ustica_muro_gomma_purgatori.jpgA Salani ho voluto bene. Non l'ho mai incontrato, mai intervistato. Ma mi piaceva. Non solo perché era bravo. Aveva sguardo particolare e pelle bucherellata. Lineamenti normali, recitazione non urlata, eppure - o proprio per questo - spiccava. Il muro di gomma è film non perfetto ma vero, coraggioso, su una delle troppe vicende che fanno vergognare di essere italiani (e ancor di più fanno vergognare le dichiarazioni dei Giovanardi, dei Luttwak). La grande menzogna di Ustica, giusto trent'anni fa. Salani interpretava Rocco, giornalista del Corriere della Sera ispirato ad Andrea Purgatori. Era bravissimo. E lo è stato anche dopo. Una carriera piccola, lontana dal circo. Documentarista sontuoso. L'ultima volta lo ricordo nel Mostro di Firenze, fiction non pienamente riuscita di Sky. Era il più convincente, con Ennio Fantastichini.

Se n'è andato passeggiando con la compagna, in riva al mare. Ad Ostia. Giusto il giorno prima di José Saramago. Ne hanno parlato poco. E' sempre stato sottovalutato. A me rasserenava quel suo esserci e non esserci, quella sua presenza timida e vibrante. Quel suo essere dotatissimo ballerino di seconda fila. Quella sua coerenza interrotta a neanche 50 anni. Non dico nell'indifferenza generale, ma quasi.

Indifferenza che, adesso, non c'è - piuttosto il contrario - nei confronti di Pietro Taricone. Prime pagine, speciali in tivù, elzeviri come se piovessero. E coccodrilli, editoriali, elucubrazioni. Se ne parla così tanto che, da sinistra, quella sinistra dura e pura che fa ormai più ridere che pena, si odono scomuniche. "Occorre parlare delle morti bianche", dicono. "Dei suicidi passati sotto silenzio", "del processo Dell'Utri". Come se fosse impossibile, contemporaneamente, stare male per il giovane sconosciuto e quello famoso. Come se avessimo perso perfino, in questo paese alla deriva, l'umana pietas che sarebbe d'uopo avvertire, palesandola con discrezione, quando un uomo muore. Così: semplicemente.
Ormai anche la lacrima ha connotazione ideologica e alimenta scontri. Basta fare un giro in Internet per capire come stia passando - in certi ambiti radical chic - il messaggio secondo cui piangere Taricone equivale ad amare la tivù spazzatura, venerare il Tg1 di Minzolini (che ne ha parlato lungamente) o gli approfondimenti (?) morbosi di Barbara D'Urso.

taricone_pietro_grande_fratello.jpgE' una visione barbara, stupida e manichea di vedere la vita. Una visione che fa - di nuovo - prendere le distanze da certa sinistra tanto snob e ancor più patetica. Fuori dalla storia, ottusamente elitaria e compiaciutamente supponente. Basterebbe, per stroncare tali tromboni, ricordargli che oggi uno degli articoli più accorati su Taricone lo ha scritto Malcom Pagani (sul Fatto: non su Libero), o che Roberto Saviano - ex compagno di scuola di Taricone - abbia espresso cordoglio, ringraziandolo per la solidarietà dopo gli attacchi di Berlusconi. Ma sarebbe tempo sprecato: certa gente non capisce. E più non capisce, più pontifica. Urge rivendicare il diritto, umanissimo, di piangere per le sevizie di Federico Aldrovandi e - al tempo stesso - per l'ultimo volo di Pietro Taricone. Il diritto di indignarsi per un processo per mafia e la commozione per la scomparsa del Guerriero Truzzo che un bel giorno uscì dallo star system.

Adesso lo santificheranno. Fanno sempre così, anzitutto in Italia. Ma non è colpa di Taricone. Basta ricordarlo per ciò che è stato. Uno che voleva avere successo a tutti i costi e l'ha avuto: flirtando con una bagnina (Cristina), adorando i piedi nudi di una gattamorta (Marina La Rosa). Facendo comparsate evitabili finché non ha capito che forse meritava di più. Imparando a fare l'attore, il marito, il padre. Anelando a una sua coerenza, ruspante e coatta, libera e rispettabile. Coerenza prima conseguita e poi spezzata.
Taricone non era De Niro e neanche Mastroianni: era una persona entrata nell'immaginario di tutti (per questo ne parliamo), vitale e talentuosa. Amata e snobbata. Morta nel peggiore dei modi, quando è troppo presto e all'azzurro del cielo non fa seguito il candore di una nuvola.

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31 maggio 2010

Thriller in Manila, quanto di più vicino alla morte

ali-frazier-thriller-manila.jpgArticolo di Andrea Scanzi tratto da Lastampa.it

Boxe, 35 anni fa il terzo incontro tra Ali e Frazier: fu una mattanza. Ora un documentario lo racconta: «Quanto di più vicino alla morte»

Quello che avete appena visto, è quanto di più vicino alla morte». La recensione è del diretto interessato e suona bene. Muhammad Ali sapeva colpire e sapeva parlare. Il primo ottobre 1975, al termine della terza e ultima sfida con Joe Frazier, non denotò però la parlantina di sempre. Era stremato. L’unica cosa che riuscì a dire fu quella, esattamente quella: «quanto di più vicino alla morte». Ed era vero.

Martedì 15 e 22 giugno, in due parti, il canale Fx (Sky 119) trasmetterà in anteprima assoluta «Thriller in Manila» - Mohammed Alì contro Frazier. Il cinema si è occupato spesso di Muhammad Ali, Michael Mann lo ha ritratto in Ali e l’epocale «Quando eravamo Re» è stato premiato con l’Oscar. «Thriller in Manila» andrà senz’altro aggiunto alla non troppo lunga lista di documentari sportivi imperdibili.

Per molti fu un incontro bellissimo, per altri solo una carneficina. Di sicuro fu una mattanza. Un incontro così cruento che l’angolo di Frazier gli impedì di tornare sul ring per l’ultima ripresa, la quindicesima. Joe neanche riusciva più ad aprire gli occhi. Aveva perso le prime riprese, dominato quelle centrali. Col passare dei minuti era stato devastato dai jab dell’avversario. Muhammad Ali non ha mai brillato per umiltà, ma quel giorno ammise: «Se Joe non si fosse ritirato, non so se avrei potuto continuare».

I due pugili venivano da storie molto diverse ed erano arrivati a odiarsi. All’inizio non era così. Quando la Federazione squalificò Ali per aver detto no al Vietnam, Frazier fu uno dei pochi a schierarsi accanto al campione. Aveva vinto le Olimpiadi di Tokyo, come Ali quattro anni prima a Roma nel ’60. Frazier, a inizio carriera, chiese consiglio ad Ali. La risposta fu in linea col personaggio: «Uno solo, dimagrisci e cambia categoria. Con me non c’è storia». Era il 1967 e Ali al suo massimo. Imbattibile, velocissimo. Fluttuava come un’ape e pungeva come una farfalla, seguendo i dettami del poeta della strada Drew «Bundini» Brown.

Ali, non più Cassius Clay perché quello era nome fa schiavi, aveva tutto: bello, forte, fatale. The Greatest, il più grande. Prima della squalifica era folgore e tuono. Del tutto sprovvisto di pietà con chi non aveva rispettato la sua chiacchieratissima conversione all’Islam. Ernie Terrell, uno dei suoi sfidanti, alla vigilia si era divertito a chiamarlo col vecchio nome. Ali gli fece scontare la pena: lo teneva apposta in piedi, rallentando la gragnola di colpi un attimo prima che Ternell crollasse. L’esecuzione doveva essere lenta, pressoché interminabile. Gli urlava in faccia: «Come mi chiamo? Dillo adesso che sono Cassius e non Muhammad Ali».

Dopo la squalifica, molto era cambiato. Niente più farfalle, niente più api. Ali non combatteva da 43 mesi e si vedeva. Vinceva, ma non era più veloce. «Ali scoprì qualcosa di molto bello e molto brutto», disse Ferdie Pacheco, il suo medico storico (che compare in un ruolo chiave nel documentario). «Molto brutto perché portò al danno fisico. Molto bello perché finì per riportarlo al titolo: scoprì che poteva incassare un colpo».

Accertatosi che non sapeva più fluttuare come un tempo, Ali improntò la seconda carriera sotto una luce del tutto diversa: non più arrogante e scapestrato, ma meditabondo e consciamente votato al martirio. Se ancora doveva essere tragedia shakespeariana, che fosse ispirata non più al folle Hotspur ma a Re Lear. Da qui il trionfo, inatteso e indimenticabile, a Kinshasa contro George Foreman nel ’74. Quando Ali tornò Re e molti con lui. Quando ebbe luogo una delle più grandi sorprese di tutti i tempi. Quando davvero, come disse in una delle sue molte conferenze stampa circensi, il vecchio campione «lottò con una balena, ammanettò i lampi e sbatté in galera i tuoni».

Kinshasa fu Rumble in the Jungle, terremoto nella giungla. La terza con Frazier fu Thrilla in Manila, brivido nelle Filippine. L’organizzatore, sempre lui: Don King. Quello che parlava da nero, viveva da bianco e pensava in verde. Il colore dei dollari. Frazier aveva battuto Ali nel ’71. The Greatest non era più imbattibile. Quell’incontro non voleva farlo: aveva tutto da perdere. Ali lo pungolò sul vivo: «È vero, sei già campione, ma sai di non essere “il campione” perché non hai battuto me». Frazier accettò, chiese se l’amico (ancora erano tali) avesse bisogno di soldi - evaporati durante la squalifica - e sul ring non fece sconti. Il futuro gli sfuggì di mano. Perse il secondo incontro con Ali, finì sei volte al tappeto in una ripresa contro Foreman. E poi arrivò Manila.

Tra i due era cambiato tutto. Il detentore del titolo aveva 35 anni, Joe 31. Ali aveva accusato Frazier di avere rinnegato le sue origini: di essere un nero al soldo dei bianchi. La sua vecchia tecnica, un po’ istintiva e un po’ sobillata dai capi della Nation of Islam. Ali era così vicino alla causa dei neri da comportarsi, a volte, come la copia carbone di un razzista. Quegli insulti ferirono Frazier ed esacerbarono i toni cruenti della sfida.

Ali vinse e restò campione, ma a quale prezzo. Pacheco si convinse che proprio l’incontro di Manila aveva arrecato danni cerebrali. Spedì le perizie ad Ali, alla terza moglie (presto arriverà la quarta), al manager. Nessuno lo ascoltò. Ali continuò a combattere. Nel 1980, contro il suo ex sparring partner Larry Holmes, subì quella che Sylvester Stallone (ispiratosi ad Ali per il personaggio di Apollo Creed in «Rocky») definì «autopsia di un uomo vivo». Si ritirò, prima per finta e finalmente sul serio. Nell’84 annunciò di avere il Parkinson, nel ’96 commosse il mondo accendendo la fiaccola per le Olimpiadi.

Forse lo spartiacque fu proprio Manila. L’attimo in cui, per dirla con Oscar Wilde, devi distruggere ciò che ami prima che ciò che ami distrugga te. L’attimo che non colse Muhammad Ali, il più grande di sempre, convinto di poter sconfiggere e chissà per quanto tuoni, lampi e balene.

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